A 64 anni, Gigi De Agostini ha deciso di condividere una parte intima della sua vita: la lotta contro un tumore allo stomaco. Lo ha fatto con i colleghi de La Gazzetta dello Sport, rivelando che l’intervento risale a cinque anni fa. Solo pochi amici, tra cui gli ex compagni Tricella e Luca Vialli, erano a conoscenza della sua condizione. «Ora sto meglio, ogni sei mesi faccio i controlli. Sono vivo, ed è l’unica cosa che conta», ha dichiarato con emozione.
Commovente il ricordo di Vialli, con cui De Agostini ha condiviso non solo il campo ma anche il percorso terapeutico. «Parlavamo spesso, ci davamo forza. Mi manca, era una bellissima persona». Parole che tracciano il profilo di un campione sensibile, legato profondamente ai suoi compagni.
Nato a Udine e cresciuto a Tricesimo, figlio di un fornaio-contadino e parte di una famiglia con il calcio nel sangue, De Agostini ha raccontato le sue radici semplici. Il cortile condiviso con i fratelli e il cugino Stefano, anch’egli ex calciatore di Serie A, ha rappresentato il suo primo campo da gioco. Anche il figlio Michele ha seguito la tradizione, collezionando oltre 300 presenze in Serie C.
Il suo soprannome da ragazzo era “Gigi Milan”, segno di una passione viscerale per il club rossonero e per Rivera. A 18 anni l’esordio in Serie A con l’Udinese, il 23 marzo 1980 contro il Napoli. Poi una carriera che lo ha portato in diverse squadre: Trento, Catanzaro, Verona, Juventus, Inter e Reggiana. Il momento più iconico resta il passaggio alla Juventus, dove ricevette la mitica maglia numero 10, quella di Platini.
«Boniperti mi chiese: ‘Gigi, te la senti?’ E io scherzai: ‘A Udine ho indossato la 10 di Zico, posso farlo anche con Platini’». Una battuta che nasconde l’umiltà di un mediano duttile, capace di giocare in tutte le posizioni dal numero 2 all’11.
Il racconto si intreccia con gli aneddoti su grandi campioni del passato. Zico, descritto come uomo puro e fuoriclasse; Zoff e Scirea come modelli etici oltre che tecnici. E ancora, la storia della traversa abbassata scoperta grazie alla precisione maniacale del brasiliano nelle punizioni. O la punizione a Catania, chiesta dai tifosi e trasformata da Zico sotto gli occhi increduli di tutti, portiere compreso.
Indimenticabili anche gli episodi legati a Elkjaer e Ian Rush. Il primo fumava sigarette a bordo campo e infondeva sicurezza con un sorriso. Il secondo, disorientato dalla guida italiana, spesso andava a sbattere contro autobus nei viali torinesi. Due campioni diversi, ma emblematici del calcio di un’epoca fatta di storie genuine e autentiche.


