Inler: “Il mio ruolo da direttore tecnico è un lavoro a 360 gradi, bisogna essere pronti ogni giorno”

Dall'esperienza da giocatore alla nuova carriera dietro le quinte, Gokhan Inler racconta la sua sfida all'Udinese e la gestione del club.

Gokhan Inler, oggi direttore tecnico dell’Udinese, ha raccontato in un’intervista esclusiva rilasciata ai colleghi di Flashscore.com come vede il suo nuovo ruolo nel calcio. “È un lavoro a 360 gradi“, ha dichiarato Inler. “La mia responsabilità è essere presente in tutti gli ambiti: con i giocatori, con l’allenatore, con la società, e con lo staff. Un direttore tecnico deve avere una visione complessiva e sempre essere vicino a tutti.” Un ruolo che, a differenza di quando era giocatore, richiede una presenza costante in ogni fase del processo calcistico, dal campo agli spogliatoi, alla gestione dei numeri.

Una transizione non facile

Inler ha anche raccontato le difficoltà iniziali del passaggio da giocatore a direttore tecnico: “Non è stato facile. Quando decidi di ritirarti, devi capire cosa fare dopo. Ho avuto un anno per riflettere e la mia passione per il calcio mi ha sempre spinto verso il ruolo di direttore sportivo.” Nonostante il cambiamento radicale, Inler ha trovato stimolante affrontare una nuova sfida. “Il mio lavoro ora è 24 ore su 24, non solo con i giocatori ma con tutti al club. Devi essere pronto a risolvere qualsiasi problema, a gestire le dinamiche che non avevi mai visto prima.

La pressione mentale del nuovo ruolo

Parlando delle differenze tra il suo passato da calciatore e il presente come dirigente, Inler ha sottolineato che, sebbene entrambi i ruoli comportino una grande pressione, quella di direttore tecnico è più mentale che fisica. “Da giocatore, la pressione era legata alla forma fisica e alla performance sul campo. Ora, è una pressione più mentale: devi essere lucido, trovare soluzioni, e stare vicino ai giocatori anche nei momenti difficili.

Un calcio cambiato: più media e social

Inler ha anche commentato l’evoluzione del calcio negli ultimi anni, notando come le aspettative siano diventate più alte. “Ai nostri tempi non c’erano social media come oggi. Ora ogni mossa è sotto gli occhi di tutti e anche il nostro lavoro è più esposto.” Il calcio moderno, quindi, impone un livello di visibilità e pressione che Inler riconosce come una sfida aggiuntiva per i professionisti di oggi.

L’Udinese e il suo DNA

Uno degli aspetti che Inler ha sottolineato è l’importanza di mantenere il “DNA” dell’Udinese. Il club è noto per scoprire e sviluppare giovani talenti per poi venderli a club più blasonati. “L’Udinese è famosa per il talento e il lavoro con i giovani. Ogni giocatore che arriva qui deve imparare il nostro stile, il nostro rispetto e la nostra cultura, sia dentro che fuori dal campo“, ha spiegato Inler. La filosofia del club è chiara: formare giocatori di qualità che possano crescere e, se meritevoli, essere trasferiti a squadre più grandi.

La famiglia Pozzo e la visione a lungo termine

Inler ha ammesso di avere una lunga relazione con la famiglia Pozzo, proprietaria dell’Udinese. “Li conosco da quando giocavo qui. Lavorano duramente, e anch’io sono una persona che si impegna. Questa visione a lungo termine mi ha convinto ad accettare il ruolo di direttore tecnico.” La capacità di pianificare e lavorare su un progetto a lungo termine è uno degli aspetti che Inler apprezza maggiormente nel club friulano.

Gestire i talenti e la frustrazione della cessione

Uno degli aspetti più difficili del lavoro di Inler è la consapevolezza che molti dei giocatori più talentuosi dell’Udinese siano destinati a lasciare il club per andare a giocare in squadre più grandi. “Quando un giocatore lavora duramente e cresce, è naturale che club più importanti lo cerchino. Ma bisogna lavorare sodo anche per prepararli a questo passo. Non è facile perdere i migliori, ma è parte del nostro lavoro.”

Concludere una carriera da capitano

Infine, Inler ha parlato dell’importanza di essere un leader anche fuori dal campo. Concludendo la sua riflessione sul ruolo di capitano, ha spiegato come le sue esperienze come leader della Svizzera lo abbiano aiutato nel suo attuale ruolo. “Essere capitano non significa solo indossare una fascia. È un impegno quotidiano di rispetto, di unione e di guida, e cerco di trasmettere questo anche ai nuovi arrivati all’Udinese.

Redazione

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4 mesi fa

E lo stai facendo molto bene 👍

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Oumar Solet
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