La fabbrica dei talenti: come l’Udinese ha insegnato al calcio a vedere prima degli altri

Alexis Sánchez

C’è un motivo se, quando nel resto d’Italia si parla di scouting, il primo nome che viene in mente è quello dell’Udinese. Non è una questione di nostalgia né di campanilismo: è che il metodo bianconero, costruito in Friuli molto prima che certe parole diventassero di moda, ha letteralmente cambiato il modo in cui i club di provincia possono stare al mondo. E chi frequenta il Friuli (oggi Bluenergy Stadium) da abbastanza anni lo sa bene, perché quel metodo lo ha visto crescere stagione dopo stagione, nome dopo nome.

La stanza delle videocassette

Tutto comincia con un’intuizione che oggi sembra banale e all’epoca non lo era affatto. La famiglia Pozzo, Giampaolo prima e Gino poi, allestì una sala scouting d’avanguardia, la famosa “stanza delle videocassette”, una sorta di Wyscout ante litteram che permise a una società di provincia di diventare un riferimento e un modello per il calcio mondiale. In un’epoca in cui le grandi squadre compravano sui giornali e sulle relazioni dei procuratori, a Udine si guardavano partite di campionati che in Italia nessuno trasmetteva, si catalogavano giocatori, si costruiva un archivio.

La filosofia, raccontata negli anni dagli stessi dirigenti bianconeri, si fonda su un principio semplice: arrivare prima. Come ha spiegato Simone Roia, coordinatore degli osservatori bianconeri, il tempismo serve a competere con i grandi club: non avendo il loro budget, è fondamentale riconoscere il potenziale del ragazzo prima che diventi un calciatore, grazie a investimenti in attrezzature moderne e a una rete consolidata di osservatori. Quando le big si accorgono di un giocatore, l’Udinese di solito lo ha già visto, valutato e, nei casi migliori, messo sotto contratto.

I nomi che hanno fatto la storia (e il bilancio)

L’elenco dei talenti passati per Udine prima di esplodere altrove è una piccola enciclopedia del calcio degli ultimi trent’anni. Il caso di scuola resta l’estate 2011: le cessioni di Alexis Sánchez al Barcellona, di Inler al Napoli e di Zapata al Villarreal portarono nelle casse del club 61 milioni di euro, a fronte di un costo d’acquisto complessivo di appena 3,5 milioni. Ma la lista è lunga: Cuadrado ceduto per 20 milioni, Handanović per 19,4, Inler per 18, Asamoah per 17, e poi Quagliarella, Pereyra, Benatia alla Roma, fino ad arrivare indietro nel tempo a Oliver Bierhoff, passato al Milan per 12,5 milioni. Dal 1992 il modello ha generato quasi 650 milioni di euro di plusvalenze.

Numeri che non sono mai rimasti fini a se stessi, perché il reinvestimento costante ha tenuto l’Udinese stabilmente nel calcio che conta: quando contro ogni pronostico e quote scommesse calcio riuscì a raggiungere anche la Champions League, con i gironi raggiunti nella stagione 2005/06, oltre alle stagioni d’oro dell’era Guidolin, quando la squadra di Di Natale duellava con le grandi per i primi posti.

Un modello che si rinnova

Il bello di questa storia è che non è finita. La concorrenza è aumentata, lo scouting è diventato patrimonio comune di tutto il calcio europeo, eppure il club ha saputo riadattarsi.

L’acquisizione del Watford ha spostato gli equilibri della rete bianconera, ma da qualche stagione la fabbrica del talento è ripartita, con operazioni a basso costo su mercati dove le grandi ancora non arrivano. La sostanza, in fondo, è sempre la stessa di quarant’anni fa: guardare dove gli altri non guardano, e vedere prima. È il marchio di fabbrica di una società che ha trasformato la provincia in un osservatorio sul calcio mondiale, e che per questo continua a essere studiata, citata, imitata. Raramente eguagliata.

Redazione

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1 Comment
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Sergio
2 mesi fa

Con il padre Paron si è una società, ma con il figlio l’inglesino e le sue altre società no 👎 ✋

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